Il comportamento prosociale è un argomento di studio attualissimo, anche se la sua esistenza è antica quanto la storia dell’umanità (già nel prendersi cura della prole, infatti, si possono rintracciare elementi che fanno ritenere gli individui come intrinsecamente capaci di poter accudire gli altri, facendo loro del bene). Esso fa riferimento in termini generici ad un’azione gratuita che produce un beneficio in chi la riceve[1], delineando una categoria globale che raggruppa in sé diversi tipi di espressioni comportamentali e relazionali [2] come, ad esempio, l’aiuto, le condotte interconnesse con il perdono, le donazioni gratuite, le manifestazioni di solidarietà, ecc.
Pur se antico quanto l’uomo, ad un livello di studio specialistico e di definizione, l’interesse per il comportamento prosociale si colloca sorprendentemente solo a cavallo degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Il motivo di questo ritardo probabilmente è da rintracciarsi nell’umana disposizione a focalizzarsi prima di tutto sui problemi e sulle difficoltà e, in un secondo momento, sulle risorse e possibilità. Prima di arrivare a studiare i comportamenti positivi, infatti, l’interesse degli psicologi era incentrato soprattutto sullo studio dell’aggressività e delle possibili strategie volte a ridurla o limitarne gli effetti negativi, perché questa era l’emergenza sociale che andava affrontata[3]. La logica seguita era perciò molto simile all’istinto di un poliziotto che incontra un uomo intento a picchiare rabbiosamente qualcuno: prima si blocca l’emergenza e, successivamente, si può pensare a dialogare per capire cos’è successo, limitando così i danni. In un simile clima culturale, in cui l’interesse per la ricerca sull’aggressività raggiunge il suo culmine attorno agli anni Sessanta, lo sviluppo degli studi dei comportamenti sociali positivi (o prosociali) dovrà attendere due fatti che sconvolsero ed interessarono l’opinione pubblica americana, stimolando domande che esigevano risposte scientifiche.
È il 13 marzo del 1964. Il New York Times riporta l’assurda storia di Kitty Genovese che, davanti agli occhi di 38 testimoni, fu aggredita ed uccisa a coltellate nel parcheggio sottostante casa sua, senza che nessuno le prestasse alcun tipo di soccorso. Per ben due volte l’assalitore si allontanò da Kitty temendo che le sue urla facessero intervenire gli spettatori appostati alle finestre e, non vedendo nessuna reazione del vicinato, ritornò a più riprese per straziare la sua vittima. La prima telefonata fu fatta alla polizia da un anonimo dopo oltre 30 minuti. Quando i soccorsi giunsero era ormai troppo tardi, perché Kitty era già morta. Ci si chiese allora perché nessuno fosse intervenuto e perché, nonostante la protezione offerta dalle mura domestiche, tutti i testimoni esitarono nel chiamare subito la polizia. Le interpretazioni del periodo spiegarono il non intervento in termini di “sindrome da disastro”, “apatia”, “soddisfazione degli impulsi sadici”, “indifferenza” ed altro. Non convinti dalle motivazioni offerte dagli altri esperti, mostrando una grande sensibilità per un problema presente in tutte le culture occidentali (la mancanza di aiuto nei confronti di chi è in condizione di bisogno), gli psicologi Latané e Darley eseguirono una serie di esperimenti per giustificare il processo di scelta individuale che conduce ad emettere un atto di aiuto o, al contrario, a non intervenire [4]. Dal lavoro di questi ultimi autori, prese avvio la ricerca empirica sull’aiutare e l’altruismo [5].
In maniera diametralmente opposta, invece, si caratterizza la data del 1° luglio 1971. In tale data, prese avvio il programma di servizi volontari chiamato Action. L’ampia e inaspettata adesione dei cittadini al programma, fece sì che alcuni ricercatori cercarono di far luce sul perché le persone siano disponibili a voler svolgere servizi di aiuto gratuito per gli altri. Il programma Action costituì quindi un’occasione naturale di studio per molti autori e, in tal modo, contribuì ad un rapido sviluppo della ricerca sui comportamenti prosociali [6].
Nel primo caso era indubitabile che una qualche forma di intervento, magari una telefonata fatta prima, avrebbe potuto salvare la vita della donna assalita. La morte di Kitty si caratterizzava come il frutto di un controllo sociale che per varie ragioni era venuto a mancare, “legittimando” così l’aggressore. Nel secondo caso, invece, diveniva palese che la gente può essere disponibile ad aiutare gli altri, anche gratuitamente. Da queste date e da queste premesse, l’interesse di studio degli psicologi si spostò, negli anni Settanta, dalla ricerca sui rimedi per limitare e ridurre l’aggressività a quella per il potenziamento dei comportamenti prosociali.
In un primo periodo, lo studio dei comportamenti prosociali è stato approfondito soprattutto negli Stati Uniti. A cavallo degli anni Ottanta il tema è diventato di importanza internazionale: in Polonia è stato trattato soprattutto per le sue componenti altruistiche; in Germania, in Inghilterra e in Canada, particolarmente analizzato per gli aspetti più teorici. In Italia, invece, lo studio sui comportamenti prosociali è stato avviato verso la metà degli anni Ottanta, grazie ad una equipe di psicologhe dell’università di Napoli [7].
Attualmente, l’interresse verso tale ambito di ricerca è talmente grande che, in campo nazionale ed internazionale, ogni anno vengono pubblicate centinaia di ricerche in merito all’argomento. Tuttavia, a livello di cultura di massa, il concetto di prosocialità stenta ancora a diffondersi, almeno in Italia. Fino al 2006, infatti, il comportamento prosociale veniva ignorato anche da dizionari con una buona reputazione (sia per il sostantivo di prosocialità che per l’aggettivo di prosociale) [8].
In un periodo storico in cui in Italia, in Europa e nel mondo si ritorna tanto a parlare di aggressività, di violenza, di bullismo, di mobbing, di conflitti o altro, con questo scritto si è voluto ricordare che la prosocialità esiste e, da circa trenta anni, esistono anche strumenti e percorsi fondati sulla ricerca scientifica, il cui scopo è quello di promuovere l’umana disposizione a far del bene e rispettare l’altro, in un’ottica che si dissocia del puro utilitarismo e pone in rilievo l’essere umano ed il benessere sociale.
Cristian Pagliariccio
[1] Cfr. WISPÉ, L. G. (1972). Positive Forms of Social Behavior: An Overview. Journal of Social Issues, 28(3), 1-19.
[2] Cfr. BONINO, S., LO COCO, A., & TANI, F. (1998). Empatia. I processi di condivisione delle emozioni. Firenze: Giunti; CATTARINUSSI, B. (1991). Altruismo e società. Aspetti e problemi del comportamento prosociale. Milano: Franco Angeli. HAY, D. F. (1994). Prosocial development. Child Psychology and Psychiatry, 1, 29-71; JACKSON, M., & TISAK, S. (2001). Is prosocial behaviour a good thing? Developmental changes in children’s evaluations of helping, sharing, cooperating, and comforting. British Journal of Developmental Psychology, 19, 349-367.
[3] MUSSEN, P., & EISENBERG-BERG, N. (1985). Le origini delle capacità di interessarsi, dividere ed aiutare. Lo sviluppo del comportamento prosociale nel bambino. Roma: Bulzoni editore.
[4] LATANé, B., & DARLEY, J. M. (1970). The unresponsive bystander: why doesn’t help? Englewood Cliffs, New Jersey: Prentice-Hall, Inc.
[5] SCHROEDER, D. A., PENNER, L. A., DOVIDIO, J. F., & PILIAVIN, J. A. (1995). The psychology of elping and altruism. Problems an puzzles. New York, New York: Mc Graw Hill.
[6] ASPREA, A. M., & VILLONE BETOCCHI, G. (1993). Studi e ricerche sul comportamento prosociale. Napoli: Liguori Editore.
[7] CATTARINUSSI, B. (1991). Altruismo e società. Aspetti e problemi del comportamento prosociale. Milano: Franco Angeli.
[8] Caprara, G.V. (2006). Comportamento prosociale e prosocialità, in Caprara, G.V. – Bonino, S. (Edd.), Il Comportamento prosociale. Aspetti individuali, familiari e sociali, Trento: Erickson, pp. 7-22.
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Già alla fine degli anni ’70 ho partecipato ad un convegno vicino Roma sulla prosocialità con il prof. Roche dell’Università di Barcellona. Ho verificato durante gli anni del mio insegnamento la validità del discorso prosociale.Potenziando gli aspetti positivi dei comportamenti degli alunni, s’innescava una reazione a catena in positivo sì che anche gli alunni più aggressivi ne erano coinvolti, ma anche le famiglie, particolarmente quelle con problematiche socio-economiche.
mi sembra proprio un bell’artcolo, interessante e che può orientare anche chi in questo m omento è dibattuto sull’argomento tesina x la maturità.:) é importante vedere come nella realtà sociale attuale,oltre ad una serie innumerevole di omicidi, comportamenti aggressivi e violenze ci sia chi faccia del bene in modo disinteressato…occupandosi semplicemente dell’altro:)